Donne e meccatronica: il percorso di Arianna Rosselli dalla scuola umanistica alla progettazione tecnica.
Prosegue il nostro approfondimento sulla partecipazione femminile nel campo della progettazione tecnica, un settore professionale che, ad oggi, rimane di largo appannaggio degli uomini, delineando un divario di genere ancora troppo ampio.
Dopo aver raccolto la testimonianza di Monica Foglio Stobbia sulla sua consolidata esperienza professionale, andiamo a conoscere il punto di vista di una giovane donna under 30 che è approdata alla progettazione meccanica dopo un percorso scolastico atipico, iniziato con studi umanistici.
Abbiamo intervistato Arianna Rosselli, Mechatronics Engineer, che ha conseguito la laurea in Meccatronicaall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia nel 2021, partendo, però, da un diploma di liceo linguisticoe oggi lavora per un’importante azienda metalmeccanica.
Arianna, cosa l’ha spinta a scegliere un percorso in meccatronica dopo aver frequentato un Liceo Linguistico?
Verso l’ultimo anno di liceo, mi sono resa conto che quella non fosse esattamente la mia strada e di avere inclinazioni di tipo diverso: ero molto più appassionata alle materie scientifiche come la matematica e la fisica. Inoltre, avendo amici che stavano già affrontando un percorso universitario in ingegneria, mi sono incuriosita e ho scelto questo cambio di strada che si è, poi, rivelato quello giusto.
Oggi sempre più ragazze si avvicinano al mondo dell’ingegneria meccanica e meccatronica: come viene percepita la loro presenza in Università?
Fortunatamente i numeri sono in crescita. Nel mio caso eravamo ancora in netta minoranza, ma la mia esperienza è stata positiva: non ho riscontrato particolari differenze rispetto ai colleghi maschi. Forse è stato percepito come più insolito il mio percorso di studi precedente rispetto al fatto di essere una ragazza, poiché ero l’unica del mio corso a provenire da un liceo linguistico.
Quante ragazze eravate a frequentare il corso di Ingegneria?
Pochissime! Abbiamo iniziato in cinque su un centinaio di studenti e abbiamo terminato il percorso in tre. Numeri molto bassi che so essere in crescita negli ultimi anni ma si tratta, comunque, di una crescita lenta.
Guardando alla sua esperienza, consiglierebbe a una studentessa delle scuole superiori di scegliere un Istituto Tecnico o un Liceo Scientifico per poi proseguire con gli studi in ingegneria?
Onestamente, non mi sento di consigliare un percorso in particolare. A seconda del percorso si deve lavorare un po’ di più il primo o il secondo anno, però entrambi sono molto validi. Gli studenti provenienti dal Liceo Scientifico sono avvantaggiati durante il primo anno, in cui ci sono materie per loro, diciamo, di ripasso. Gli studenti dell’istituto Tecnico, invece, sono leggermente avvantaggiati dal secondo anno in poi, quando si passa a materie più tecniche, appunto, e meno teoriche.
Ha incontrato particolari difficoltà nel passaggio dalla scuola superiore all’Università? Se sì, come le ha superate?
Sicuramente sì. Provenendo da un indirizzo prettamente umanistico, ho incontrato difficoltà nel recuperare le materie scientifiche: rispetto ai miei colleghi ero abbastanza indietro, sia in matematica che in fisica. Di conseguenza, il primo anno è stato particolarmente impegnativo, ma ho semplicemente studiato di più. Una volta colmato il gap, dal secondo anno siamo andati tutti alla pari.
Durante il percorso accademico ha avuto modelli di riferimento, professori o professionisti che l’hanno particolarmente ispirata?
La mia prima figura di riferimento è stato l’allora Direttore di Dipartimento di Ingegneria a Reggio Emilia, Eugenio Dragoni. Mi aveva colpita già dalla presentazione dell’Università, prima ancora di iniziare il percorso di studi. Successivamente, ho anche seguito un suo corso e ho potuto constatare che è un ottimo professore. Lo stimo molto: oltre a essere estremamente competente, trasmette una grande passione per il suo lavoro.
Trovo che la sua visione su ciò che rappresenta un ingegnere sia molto affine a ciò che avrei voluto fare. Ho sempre visto questa figura professionale come quella di un esperto che, partendo dai bisogni – anche delle persone comuni – analizza e ricerca diverse soluzioni trovando quella ottimale. Mi ha sempre affascinato l’idea di risolvere problemi attraverso la meccanica, l’elettronica e tutto ciò che riguarda la tecnica. Questo aspetto mi ha intrigato al punto da spingermi a cambiare percorso, e la visione del professor Dragoni mi ha aiutata a prendere una decisione definitiva.
Ha trovato anche donne come figure di riferimento?
Luisa Malaguti, Professoressa di Analisi nei corsi di Meccatronica e Ingegneria gestionale, vanta molti anni di esperienza in cattedra ed è un’insegnante molto competente.
Per me è stato fonte di ispirazione vedere una donna ricoprire una posizione così consolidata in un contesto Universitario prevalentemente maschile, non solo tra gli studenti ma anche nel corpo docente.
Passiamo alla sua esperienza professionale: qual è attualmente il suo ruolo in azienda e di cosa si occupa concretamente?
Sono Ingegnere all’interno di un ufficio Tecnico e mi occupo principalmente di progettazione meccanica. Inoltre, seguo un progetto di ricerca e sviluppo finalizzato ad ottimizzare una parte della nostra linea produttiva: per anni ci siamo basati su una progettazione data dall’esperienza, probabilmente sovradimensionata, e quello che sta cercando di fare questo progetto è uno studio a livello ingegneristico per capire se sia possibile aumentare le performance e ridurre i costi. Di base, quindi, seguo la progettazione delle macchine a partire dalla specifica tecnica, dalla fase post-vendita fino alla messa in produzione e, se necessario, supporto la messa in servizio dal cliente.
Come è stata la sua prima esperienza lavorativa nel settore della meccatronica, tradizionalmente maschile?
L’impatto non è stato granché scioccante, ero già abituata al contesto universitario e a lavorare in un ambiente maschile. Sono stata accolta positivamente in azienda e quindi devo dire che, nel mio caso, è stato un ingresso morbido: non ho trovato particolari difficoltà.


Tra l’esperienza universitaria e quella aziendale, Arianna Rosselli ha ulteriormente arricchito il suo percorso professionale dedicandosi all’insegnamento e confrontandosi una volta di più con un ambiente nel quale, da giovane e donna, ha incontrato un divario rispetto ai colleghi uomini. Ci racconti questa esperienza.
Ho insegnato per due anni Officina Elettrica Civile all’Istituto di Formazione Professionale Fondazione Simonini di Reggio Emilia, una scuola con percorsi per diventare elettricisti o idraulici. Oltre ad avere una cattedra di laboratorio in una classe al maschile, seguivo anche altre classi come tutor per tutta la parte tecnica.
In questa scuola non aveva studentesse?
No, nessuna ragazza. In quel caso l’impatto è stato più duro, sia per la ridotta differenza di età tra me, docente venticinquenne, e studenti al massimo diciottenni, sia perché non erano affatto abituati ad avere una giovane donna in cattedra. Dopo un iniziale periodo di assestamento piuttosto difficile, poi le cose sono andate bene. Sicuramente è stato necessario avere più polso rispetto ai colleghi uomini per essere presa sul serio in quel ruolo.
Dopo l’insegnamento, approdata alla professione tecnica, ha mai sentito la necessità di adattare il suo modo di vestire o di presentarsi rispetto ad un contesto lavorativo prettamente maschile?
Nel quotidiano, per quanto riguarda abbigliamento, trucco e acconciatura, in azienda mi sento libera di esprimermi come desidero. Tuttavia, in cantiere, dove l’abbigliamento è prevalentemente maschile, tendo automaticamente ad adottare uno stile più sobrio, anche per quanto riguarda trucco e capelli.
Rispetto ai suoi colleghi uomini, ha notato differenze nel modo in cui il mondo del lavoro si approccia a lei o viceversa?
Non nella stragrande maggioranza dei casi, per fortuna, ma ci sono ancora situazioni in cui viene fatta qualche differenza, talvolta, probabilmente, con leggerezza e non per malizia. Tuttavia, esistono ancora: credo che siano un retaggio culturale persistente.
Ad esempio, durante un colloquio, mi è stato chiesto se fossi disponibile a fare trasferte all’estero, e, dopo aver risposto positivamente, mi è stato chiesto se al mio fidanzato andasse bene. A un uomo non l’avrebbero mai chiesto.


Quali sono i suoi obiettivi professionali nel breve e nel lungo termine?
Nel breve termine vorrei specializzarmi nei campi di applicazione ai quali sto già lavorando, quindi nella progettazione e nell’ingegnerizzazione dei prodotti e dei processi, per diventare molto esperta nell’ambito. Nellungo termine, fare carriera e ambire a posizioni di maggiore responsabilità, con i giusti tempi e il giusto bagaglio di competenze e di esperienza.
E quali difficoltà pensa di dover affrontare per raggiungere i suoi traguardi professionali?
La sfida più grande sarà quella di conciliare lavoro e vita privata, come penso succeda per la maggior parte delle persone e delle donne, soprattutto in un’ottica futura di famiglia con figli. Ma penso anche che niente sia impossibile, quindi spero di trovare sempre un ambiente propositivo e di riuscire a far collimare le due cose: non ho intenzione di rinunciare né a una né all’altra.
Ha mai avuto mentori o figure di riferimento nel suo percorso lavorativo? Se sì, che impatto hanno avuto sulla sua crescita?
Ho avuto la fortuna di lavorare con ingegneri che sono in azienda da molti anni. Da loro ho appreso un metodo di lavoro e sono stata molto ispirata dai loro percorsi professionali.
All’inizio la mia paura era quella di dover seguire un percorso prestabilito, ad esempio diventare responsabile dell’ufficio Tecnico o di reparto. In realtà, ci sono persone che hanno cambiato completamente ruolo, o che si sono dedicate maggiormente alla parte tecnica dei cantieri ed è ciò che mi piacerebbe fare.
Incontrare professionisti che stimo molto, con carriere diverse, mi ha ispirata mi ha e fatto capire che non esiste un unico percorso lavorativo e che posso anche reinventarmi nel corso della mia carriera.
Pensa che il settore stia evolvendo per offrire più opportunità alle donne? Quali cambiamenti ha notato o auspica?
Penso che ci sia comunque più attenzione verso il tema, questo è indubbio. Si parla più di pari opportunità, si cerca di avere un organico composto anche da figure femminili. Penso che sia fondamentale iniziare questo cambiamento già a partire dalle scuole, ancor prima di arrivare nel mondo del lavoro perché, spesso, alla fine delle scuole medie le ragazze non vengono indirizzate a prescindere verso un percorso tecnico. A me, ad esempio, sono stati consigliati i licei e, di solito, un po’ per retaggio culturale, i ragazzi vanno al tecnico e le ragazze al liceo. C’è un’impostazione di base sbagliata, si è sempre associato l’uomo ai motori e le ragazze a tutto ciò che è ordinato e carino o creativo. Secondo me, semplicemente, se una ragazza ha un’inclinazione verso la tecnologia, va incoraggiata a studiarla per diventare una donna soddisfatta del proprio lavoro.
Ha avuto anche esperienze all’estero: ci sono differenze rispetto all’Italia?
In America, è un altro mondo. Nei cantieri in Italia, ad esempio, solitamente non ci sono bagni per donne, non ci sono operaie e, spesso, quando arrivo in cantiere vengo guardata come un’aliena. In America sono culturalmente abituati a un rapporto tra sessi al 50-50 e anche le donne si candidano per posizioni in linea produttiva: l’azienda per cui lavoro ha venduto macchine in America sulle quali lavorano per l’80% donne.
In Italia, ad esempio, c’è un po’ il preconcetto che la donna in cantiere non possa fare lavori pesanti, ma ad oggi, con le normative vigenti, neanche un uomo può sollevare troppi pesi a mano. Per gli americani anche questa concezione è superata, quindi per loro è normalissimo che ci siano spogliatoi e servizi igienici maschili e femminili.
Focalizzandoci sulla progettazione meccanica, cosa la affascina di più e cosa la motiva nel suo lavoro?
Mi affascina proprio il concetto di ingegnere espresso dal Professor Dragoni, come spiegato in precedenza:l’idea di risolvere un problema partendo da un bisogno e soddisfarlo attraverso l’applicazione di soluzioni tecniche, trovando la migliore. Per me è come un piccolo rompicapo ed è sempre molto stimolante trovare soluzioni provando varie strade. Anche il fatto che servano competenze trasversali è altrettanto motivante.
Come affronta un nuovo progetto? Ha un metodo o un approccio particolare?
Sono molto metodica, a volte troppo. Parto dalla specifica tecnica, dal bisogno, faccio un’analisi di fattibilità e una prima progettazione globale più concettuale. Quindi controllo che tutte le varie parti–macchina possano coesistere con le altre che sto inserendo e che a livello di insieme tutto funzioni. Dopodiché si passa a una progettazione più di dettaglio, quindi ogni parte macchina viene spezzettata, analizzata, modificata o riutilizzata rispetto a progetti precedenti. Una volta completata questa fase di progettazione in 3D, si passa alla messa in tavola 2D, si codificano i pezzi e si procede con gli ordini.
Quali competenze e qualità ritiene fondamentali per essere un buon progettista meccanico?
Di base si deve avere una buona conoscenza dei materiali e dei processi, oltre che dei metodi di progettazione. È molto importante per un progettista avere ben presente il lato pratico, non rimanere focalizzato solo sulle nozioni teoriche ma anche calarsi nei panni della persona che dovrà produrre quello che si sta progettando, evitando così di progettare qualcosa che funzioni su carta ma che, poi, non sia realizzabile in modo efficiente ed efficace.
Inoltre, penso che un progettista debba unire un buon metodo di lavoro alla curiosità. Il nostro è comunque un mondo in costante evoluzione: nonostante la meccanica esista da tantissimi anni, ci sono sempre nuove tecnologie, nuovi processi e nuovi materiali. Penso sia fondamentale essere curiosi e interessati per rimanere aggiornati ed essere competitivi sul mercato.
Ha appreso queste competenze, qualità e metodo lavorando o già all’università?
L’università dà sicuramente un’ottima base per quanto riguarda metodo e conoscenze teoriche. Dopodiché, il mondo del lavoro ti fa fare un bel salto. Penso che uno dei difetti dell’università in Italia sia quello di essere troppo teorica, quindi, poi, sul mondo del lavoro c’è da fare un bello step di aggiornamento per quanto riguarda la praticità, i metodi e i processi.
In quanto donna, ritiene di avere una prospettiva diversa o un valore aggiunto nel processo di progettazione rispetto ai suoi colleghi uomini?
Ovviamente sì, a livello scientifico è provato che uomo e donna elaborino in modo diverso le informazioni. Quindi, a partire dallo stesso input, si avrà tendenzialmente un diverso output. Anche il mondo dell’industria sta iniziando a comprendere che è importantissimo creare dei team misti per efficientare illavoro, in virtù delle differenze che ci sono nell’elaborazione dei concetti e delle informazioni.
È importante avere un team eterogeneo e una figura femminile è un valore aggiunto, come una figura maschile lo sarebbe in un ambiente prettamente femminile.
Credo che molte aziende lo abbiano capito e stiano cercando di assumere quote rosa proprio per questomotivo. A me, in fase di colloquio, è stato espressamente detto che erano alla ricerca di componenti femminili nell’ufficio tecnico per queste ragioni.
Qual è stato il progetto più stimolante o sfidante a cui ha lavorato finora?
Un’analisi dei tempi di attrezzaggio richiesti da un cliente che, in fase di offerta, ci ha chiesto di stimare quanto tempo sarebbe servito per cambiare il sistema produttivo. L’obiettivo era minimizzare il fermo macchina el’improduttività. È stato molto sfidante perché coinvolgeva vari aspetti, era necessaria una buona conoscenza del prodotto e delle parti macchina, un’ottima conoscenza dei processi e delle fasi in gioco e, soprattutto, i tempi erano molto stretti per essere competitivi nell’offerta. È stato stimolante confrontarmi con qualcosa di nuovo e capire quale fosse la mia attitudine a lavorare sotto pressione.
Cosa pensa, infine, si possa fare per ridurre il divario di genere in questo settore?
Iniziative come questa intervista: penso sia molto importante che se ne parli e che si ponga attenzione sul tema. Quando ho iniziato a studiare ingegneria mi avrebbe fatto piacere ascoltare la testimonianza della figura che oggi rappresento, avere come modello una donna con una carriera già avviata che mi dicesse: “Se l’ho fatto io, puoi farcela”. All’epoca ho potuto solo chiedermi se mai ce l’avessi fatta, senza alcun riscontro. Oggi posso dire che si può!